venerdì 19 giugno 2009

Quanto costa la maternità alle aziende


Quanto costa alle aziende la maternità delle di­pendenti? Nella maggioranza dei casi meno delle spese per i taxi, meno dei ticket restaurant, meno anche della carta per le fotocopie. Le dipendenti a casa per sopraggiunta maternità valgono lo 0,016 per cento del fatturato dell’impresa.A fare il punto sul costo della maternità è un’in­dagine della Sda Bocconi condotta per l’osservato­rio sul Diversity management da Alessandra Casa­rico e Paola Profeta. In sostanza, la spesa delle aziende è soprattutto quella necessaria alla ricer­ca di una sostituzione e alla gestione di una fase di incertezza. L’assegno che incassa la neomam­ma, invece, è a carico dello Stato.

«I problemi della gestione della maternità e, in seguito, della conciliazione tra famiglia e lavoro, sono spesso all’origine della segregazione oriz­zontale e verticale delle donne all’interno delle or­ganizzazioni », osserva Isabella Rauti, capo diparti­mento del ministero delle Pari opportunità. «La disparità salariale c’è ed è dovuta anche a questo — continua Rauti —. E’ chiaro che i contratti sta­biliscono retribuzioni uguali per tutti. Ma poi so­no le parti accessorie delle buste paga a fare la dif­ferenza. Senza contare che le donne spesso accet­tano ruoli inferiori a quanto consentirebbe il loro curriculum».Ma se il rapporto tra donne e lavoro resta pro­blematico in termini di qualità e quantità della partecipazione, chi è il colpevole? «Il problema di fondo è il modello di welfare e dei servizi. Ancora insufficiente a garantire alle famiglie una concilia­zione oggettiva del lavoro con gli impegni casalin­ghi — risponde Rauti —. Sia chiaro, negli ultimi anni la situazione ha registrato una serie di mi­glioramenti. Ma non possiamo parlare di un pro­gresso vero e proprio, inteso come una linea di sviluppo inarrestabile. Le donne continuano a in­ventarsi una 'conciliazione soggettiva', fatta di reti informali e mille acrobazie quotidiane».

La dimensione limitatissima dell’esborso delle aziende per fare fronte alla maternità fa pensare anche a pregiudizi nel mondo dell’impresa. «Non è così — interviene Mario D’Ambrosio dell’Aidp, Associazione italiana direttori del personale —. Il fatto è che quando la dipendente torna dalla ma­ternità il reinserimento richiede uno sforzo all’or­ganizzazione. Un’assenza di dieci-dodici mesi dal posto di lavoro può pregiudicare la capacità di collaborare di una persona. E richiedere un sup­plemento di formazione». Ma il problema non sarà un altro? Le aziende non sono forse più spaventate dall’idea che una mamma non sarà mai più la stessa risorsa di pri­ma della maternità perché i suoi pensieri e le sue energie saranno in gran parte destinate alla fami­glia? «Inutile nasconderlo, c’è anche questo aspet­to. Ma in gran parte si tratta di pregiudizi. Con uno sforzo di fantasia, si possono ripensare i mo­delli organizzativi a vantaggio di tutti. Sia dei di­pendenti che dell’azienda.

Anche perché le donne sono risorse altamente responsabili», assicura Chiara Bisconti, direttore del personale della Ne­stlé San Pellegrino. «Mia figlia ha otto mesi, sono rientrata al lavoro part time tre mesi fa — raccon­ta Bisconti —. Da alcuni anni abbiamo realizzato una serie di politiche per gestire meglio le mater­nità. Prima di tutto le consideriamo un evento qualunque. Forse che a un uomo non capita mai di assentarsi qualche mese per una malattia? Alle dipendenti chiediamo di comunicarci il prima possibile la maternità in modo da decidere insie­me come organizzarci». Risultati? «Negli ultimi due anni i pancioni in azienda sono aumentati del 100%. Senza problemi per l’organizzazione».


Rita Querzè, Corriere della Sera, copiato da: http://sfogliatore1.corriere.it/ee/rcs-corsera/default.php
L'immagine è di Beppe Devoti, www.beppedevoti.com/SITONUOVO/ITALIANO/Oli.htm

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