Tutti lo conoscono, almeno di nome, ma come funziona esattamente il congedo parentale?
Partiamo dal principio: le madri e i padri hanno diritto ad assentarsi dal lavoro (dopo l’astensione obbligatoria per maternità) per prendersi cura dei propri figli fino agli otto anni o, nel caso di adozioni, entro otto anni dall’ingresso in famiglia del bimbo. E il discorso vale anche se il coniuge non lavora o usufruisce di riposi per l’allattamento.
Passiamo alla durata: il periodo lontano dall’ufficio può arrivare a 10 mesi (inclusi i 5 materni obbligatori, retribuiti al 100% dello stipendio) se ne usufruisce solo la mamma, ma si estende a 11 se il papà si avvale del diritto per almeno tre mesi. «E’ una misura per incentivare il congedo paterno», commenta Paolo Fergola, docente di Diritto del lavoro all’università degli Studi di Torino. In ogni caso, il «permesso» può essere fruito tutto insieme o in modo frazionato, da un solo genitore o suddiviso tra entrambi.
Riguardo al trattamento economico, c’è un’indennità: il 30% dello stipendio per 6 mesi entro i 3 anni del figlio (estesa a tutto il periodo in caso di reddito basso). Anche per i cocopro (madri e padri) e le lavoratrici autonome (madri) è possibile usufruire di un’indennità previdenziale, ma solo per 3 mesi entro l’anno del figlio e se il diritto al congedo è previsto nel contratto collettivo o individuale. Per informazioni rivolgetevi alla sede Inps più vicina. Un’ultima aggiunta: le spese sostenute per il congedo sono legittimo motivo di richiesta di anticipo di Tfr.
di Iolanda Barera, pubblicato dal Corriere della Sera il 5 giugno 2009
Leggi anche Paternità in ufficio anche se la moglie è casalinga
giovedì 4 giugno 2009
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento