lunedì 7 settembre 2009

La maternità costa meno di un tiket (ricerca Bocconi)

Quanto costa alle aziende la maternità delle dipendenti? Nella maggioranza dei casi meno delle spese per i taxi, meno dei ticket restaurant, meno anche della carta per le fotocopie. Le dipendenti a casa per sopraggiunta maternità valgono lo 0,016 per cento del fatturato dell' impresa. A fare il punto sul costo della maternità è un' indagine della Sda Bocconi condotta per l' osservatorio sul Diversity management da Alessandra Casarico e Paola Profeta.
In sostanza, la spesa delle aziende è soprattutto quella necessaria alla ricerca di una sostituzione e alla gestione di una fase di incertezza. L' assegno che incassa la neomamma, invece, è a carico dello Stato. «I problemi della gestione della maternità e, in seguito, della conciliazione tra famiglia e lavoro, sono spesso all' origine della segregazione orizzontale e verticale delle donne all' interno delle organizzazioni», osserva Isabella Rauti, capo dipartimento del ministero delle Pari opportunità. «La disparità salariale c' è ed è dovuta anche a questo - continua Rauti -. E' chiaro che i contratti stabiliscono retribuzioni uguali per tutti. Ma poi sono le parti accessorie delle buste paga a fare la differenza. Senza contare che le donne spesso accettano ruoli inferiori a quanto consentirebbe il loro curriculum». Ma se il rapporto tra donne e lavoro resta problematico in termini di qualità e quantità della partecipazione, chi è il colpevole? «Il problema di fondo è il modello di welfare e dei servizi. Ancora insufficiente a garantire alle famiglie una conciliazione oggettiva del lavoro con gli impegni casalinghi - risponde Rauti -. Sia chiaro, negli ultimi anni la situazione ha registrato una serie di miglioramenti. Ma non possiamo parlare di un progresso vero e proprio, inteso come una linea di sviluppo inarrestabile. Le donne continuano a inventarsi una "conciliazione soggettiva", fatta di reti informali e mille acrobazie quotidiane».
La dimensione limitatissima dell' esborso delle aziende per fare fronte alla maternità fa pensare anche a pregiudizi nel mondo dell' impresa. «Non è così - interviene Mario D' Ambrosio dell' Aidp, Associazione italiana direttori del personale -. Il fatto è che quando la dipendente torna dalla maternità il reinserimento richiede uno sforzo all' organizzazione. Un' assenza di dieci-dodici mesi dal posto di lavoro può pregiudicare la capacità di collaborare di una persona. E richiedere un supplemento di formazione». Ma il problema non sarà un altro? Le aziende non sono forse più spaventate dall' idea che una mamma non sarà mai più la stessa risorsa di prima della maternità perché i suoi pensieri e le sue energie saranno in gran parte destinate alla famiglia? «Inutile nasconderlo, c' è anche questo aspetto. Ma in gran parte si tratta di pregiudizi. Con uno sforzo di fantasia, si possono ripensare i modelli organizzativi a vantaggio di tutti. Sia dei dipendenti che dell' azienda. Anche perché le donne sono risorse altamente responsabili», assicura Chiara Bisconti, direttore del personale della Nestlé San Pellegrino. «Mia figlia ha otto mesi, sono rientrata al lavoro part time tre mesi fa - racconta Bisconti -. Da alcuni anni abbiamo realizzato una serie di politiche per gestire meglio le maternità. Prima di tutto le consideriamo un evento qualunque. Forse che a un uomo non capita mai di assentarsi qualche mese per una malattia? Alle dipendenti chiediamo di comunicarci il prima possibile la maternità in modo da decidere insieme come organizzarci». Risultati? «Negli ultimi due anni i pancioni in azienda sono aumentati del 100%. Senza problemi per l' organizzazione».

articolo estratto da corriere.it Querze' Rita
Pagina 9(19 giugno 2009) - Corriere della Sera