venerdì 26 giugno 2009

Carriera? No grazie, altrimenti come ce la faccio...

Sa qual è il problema? Quando a una donna offri un’opportunità di crescita, di­ciamo pure di carriera, la mag­gioranza si tira indietro. 'No, grazie. Resto dove sono'. Se le signore nelle posizioni che con­tano crescono a rilento è anche per questo».Una mattina d’inizio estate alla Sda Bocconi, seminario or­ganizzato dall’osservatorio sul diversity management, affolla­to di responsabili del persona­le delle aziende del territorio. Si comincia parlando di retribu­zioni al femminile. Più basse di quelle degli uomini. Ma presto i rappresentanti delle imprese — quelli che scelgono chi far crescere e chi no — segnalano il problema.
Il padre di tutti gli ostacoli quando si parla di in­quadramento delle donne nel mercato del lavoro. A Milano e nel resto del Paese.La prima a intervenire è Francesca Bonora, direttore operativo di Shared service cen­ter, società del gruppo Tele­com Italia. «Nella mia azienda siamo in 600 di cui circa il 40% donne — esordisce la manager —. Quando proponi un ruolo di responsabilità molte si sen­tono spiazzate. Temono di non farcela. E fanno un passo indie­tro. Certo, la mancanza di mo­delli positivi non aiuta».Eppure qualcosa si muove. Le dirigenti dell’industria han­no superato quota 10%. «Se va avanti così, nel lungo periodo avremo la parità nel mondo del lavoro. Certo, nel lungo pe­riodo noi saremo tutti morti», parafrasa Keynes Giulia Zani­chelli, responsabile del servi­zio risorse umane di Intesa San Paolo. La banca ha oltre 73 mi­la dipendenti di cui il 48% don­ne. In media ogni mese riceve 10 mila curriculum.
Ricette? «Inserire più donne nelle fun­zioni aziendali che offrono maggiori opportunità di carrie­ra, il commerciale in particola­re. E poi lavorare sui piani di successione monitorando e ri­cercando la presenza femmini­le ».Zanichelli sottolinea anche la necessità di offrire maggiori strumenti di flessibilità che aiu­tino a conciliare la famiglia con il lavoro. E questo sia agli uomi­ni che alle donne. «Perché se le donne si tirano indietro è pri­ma di tutto perché sanno in partenza che non riuscirebbero a conciliare la famiglia con le nuove responsabilità».
D’altra parte il contesto complessivo non è tra i più family-friendly. Uno studio condotto dal Consi­glio d’Europa su 40 Paesi pre­sentato nei giorni scorsi a Vien­na dice che l'Italia, se si esclu­dono Spagna, Turchia, Polonia e Malta, è il Paese che destina meno risorse alle politiche per la famiglia. Solo l'1,1% del Pil contro l'1,7% del Regno Unito, il 2% della Germania e il 2,4 del­la Francia. Mentre Austria, Fin­landia, Olanda, Svezia, Norve­gia e Danimarca oscillano tra il 3 e il 3,9% del Pil.Le aziende più lungimiranti sono tutt’altro che rassegnate alla scarsa presenza femminile nei loro ranghi. «Certo che avremmo bisogno di più don­ne che valgono nelle nostre or­ganizzazioni — dice per esem­pio Tito Chini, responsabile del settore «ricompensa e valuta­zione » di Vodafone —. Il pro­blema è che spesso le donne in azienda si inseriscono nelle aree meno premianti. Sia sul piano della carriera che della re­tribuzione ». Ma c’è anche chi fa un po’ di autocritica. «Quan­do si tratta di valutare il poten­ziale delle donne ci si trova di fronte a una strana distorsione cognitiva — conclude Alina Baldini, responsabile del perso­nale della farmaceutica Novar­tis —. Spesso basta la presenza di un management internazio­nale a risolvere il problema».

Rita Querzé
copiato dal Corriere della Sera del 25 giugno

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