Sa qual è il problema? Quando a una donna offri un’opportunità di crescita, diciamo pure di carriera, la maggioranza si tira indietro. 'No, grazie. Resto dove sono'. Se le signore nelle posizioni che contano crescono a rilento è anche per questo».Una mattina d’inizio estate alla Sda Bocconi, seminario organizzato dall’osservatorio sul diversity management, affollato di responsabili del personale delle aziende del territorio. Si comincia parlando di retribuzioni al femminile. Più basse di quelle degli uomini. Ma presto i rappresentanti delle imprese — quelli che scelgono chi far crescere e chi no — segnalano il problema.
Il padre di tutti gli ostacoli quando si parla di inquadramento delle donne nel mercato del lavoro. A Milano e nel resto del Paese.La prima a intervenire è Francesca Bonora, direttore operativo di Shared service center, società del gruppo Telecom Italia. «Nella mia azienda siamo in 600 di cui circa il 40% donne — esordisce la manager —. Quando proponi un ruolo di responsabilità molte si sentono spiazzate. Temono di non farcela. E fanno un passo indietro. Certo, la mancanza di modelli positivi non aiuta».Eppure qualcosa si muove. Le dirigenti dell’industria hanno superato quota 10%. «Se va avanti così, nel lungo periodo avremo la parità nel mondo del lavoro. Certo, nel lungo periodo noi saremo tutti morti», parafrasa Keynes Giulia Zanichelli, responsabile del servizio risorse umane di Intesa San Paolo. La banca ha oltre 73 mila dipendenti di cui il 48% donne. In media ogni mese riceve 10 mila curriculum.
Ricette? «Inserire più donne nelle funzioni aziendali che offrono maggiori opportunità di carriera, il commerciale in particolare. E poi lavorare sui piani di successione monitorando e ricercando la presenza femminile ».Zanichelli sottolinea anche la necessità di offrire maggiori strumenti di flessibilità che aiutino a conciliare la famiglia con il lavoro. E questo sia agli uomini che alle donne. «Perché se le donne si tirano indietro è prima di tutto perché sanno in partenza che non riuscirebbero a conciliare la famiglia con le nuove responsabilità».
D’altra parte il contesto complessivo non è tra i più family-friendly. Uno studio condotto dal Consiglio d’Europa su 40 Paesi presentato nei giorni scorsi a Vienna dice che l'Italia, se si escludono Spagna, Turchia, Polonia e Malta, è il Paese che destina meno risorse alle politiche per la famiglia. Solo l'1,1% del Pil contro l'1,7% del Regno Unito, il 2% della Germania e il 2,4 della Francia. Mentre Austria, Finlandia, Olanda, Svezia, Norvegia e Danimarca oscillano tra il 3 e il 3,9% del Pil.Le aziende più lungimiranti sono tutt’altro che rassegnate alla scarsa presenza femminile nei loro ranghi. «Certo che avremmo bisogno di più donne che valgono nelle nostre organizzazioni — dice per esempio Tito Chini, responsabile del settore «ricompensa e valutazione » di Vodafone —. Il problema è che spesso le donne in azienda si inseriscono nelle aree meno premianti. Sia sul piano della carriera che della retribuzione ». Ma c’è anche chi fa un po’ di autocritica. «Quando si tratta di valutare il potenziale delle donne ci si trova di fronte a una strana distorsione cognitiva — conclude Alina Baldini, responsabile del personale della farmaceutica Novartis —. Spesso basta la presenza di un management internazionale a risolvere il problema».
Rita Querzé
copiato dal Corriere della Sera del 25 giugno
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