giovedì 16 luglio 2009

Inchiesta Corriere della Sera sulla parità


Donna-mamma-asilo nido. È qua­si sempre questo il percorso del pensiero quando si parla di don­ne e lavoro: per avere più donne al lavo­ro occorrono più asili nido. E anche più part time. Ma basta veramente questo a permettere alle donne di avere le stesse condizioni di accesso e arrivare al vertice di un’azienda? L’esperienza dice no. Non è sufficiente, se non si fissano obiettivi precisi, non si controlla che vengano ri­spettati e se non si premiano (o sanziona­no) i responsabili. Estremizzando con un termine che non piace quasi a nessu­no (ma può smuovere situazioni fossiliz­zate), se non si stabiliscono delle «quo­te » da raggiungere e non si verifica che, chi deve, le faccia rispettare.
Analizzando i maggiori gruppi italiani e stranieri in Italia emerge, infatti, che a parità di quello che potremmo chiamare «portafoglio di conciliazione», cioè gli strumenti che aiutano a tene­re insieme lavoro e famiglia, i risultati si dividono: ci sono imprese con donne al vertice e altre senza. La differenza è data dal fatto che esista un qualche obiettivo numerico di riferimento e ci sia chi con­trolla. Non è un caso che in Parlamento an­che nel centrosinistra si stia ragionando in queste settimane sulla proposta pre­sentata da Lella Golfo, deputata Pdl e pre­sidente della Fondazione Bellisario, tesa a imporre nei consigli di amministrazio­ne un terzo di componenti donna. Un’ipotesi che è in discussione anche in Francia, dopo i buoni risultati dati dal­l’esperienza norvegese. È questo il risultato cui arriva questa analisi realizzata dal Corriere sulle rispo­ste ottenute da 93 dei primi 150 grandi gruppi a proprietà italiana e a proprietà estera rappresentativi di un milione di di­pendenti e mille top manager. Un’inchie­sta che è andata a toccare tutti i punti cru­ciali della conciliazione tra lavoro e fami­glia attraverso un questionario con circa 100 domande. A ogni strumento è stato assegnato un punteggio (diverso a secon­da della sua qualità e sofisticatezza) e da questo è nata una classifica che è stata incrociata con la presenza di donne al vertice per capire se ci fosse, e quale fos­se, la relazione con l’effettiva crescita pro­fessionale delle donne. Sono state consi­derate le posizioni manageriali pure, escludendo le donne azioniste. I dati so­no stati messi in relazione anche con la percentuale di donne dirigenti, tenendo conto del settore di appartenenza. Han­no risposto da Enel a Eni e Fs, da Fiat a Mediaset, da Marcegaglia a Bracco, da Vo­dafone a Telecom, da Intesa a Unicredit, da Bnl Paribas a Mediobanca, da Gucci a Valentino, da Microsoft a Ibm, da Indesit a Whirlpool, da Rcs a Mondadori, da Al­lianz a Generali e Unipol, da Auchan a Es­selunga, da Mapei a Dow, da Italcementi a Cementir, solo per citarne alcuni. Sono state considerate solo le società che han­no risposto. I dati sono stati elaborati da Livia Aliberti Amidani di Aliberti Gover­nance Advisors.
In testa le multinazionali Tra i dieci gruppi che hanno ottenuto il maggior punteggio, otto sono stranieri e due italiani. «Dai dati — dice Livia Ali­berti Amidani — emerge omogeneità dei meccanismi di assicurazione della diver­sity basati su indicatori e sulla valutazio­ne. Soprattutto, emerge una forte atten­zione alla meritocrazia. È il frutto di una riflessione che nelle società multinazio­nali appare molto più avanzato che in Ita­lia ». Ai primi posti della classifica Micro­soft, che al rispetto alla diversità lega an­che l’entità dei bonus dei propri mana­ger. Insomma, il loro guadagno. «La di­versity è uno dei parametri che ogni ma­nager deve tenere in conto nelle selezio­ni e nei piani di successione — dice Pie­tro Scott Jovane, amministratore delega­to di Microsoft Italia —. Come tutti i pa­rametri, anche questo dev’essere rispetta­to affinché il manager possa raggiungere gli obiettivi e quindi ottenere il proprio bonus. La percentuale di donne viene mi­surata sia a livello di Paese, sia per le sin­gole divisioni. Negli ultimi anni il nume­ro di donne in Microsoft in Italia è cre­sciuto dal 24% del 2006 sino a sfiorare il 30% ed è nostra precisa volontà incre­mentare l’inserimento di personale fem­minile, soprattutto figure tecniche e spe­cialistiche ».Discorso analogo in Ikea dove l’obietti­vo è il 50% uomo-donna al vertice. «I pa­rametri sono verificati annualmente e ri­chiesti da una reportistica internazionale della nostra sede centrale in Svezia», di­ce Simona Scarpaleggia, numero due del gruppo in Italia. Nell’ultimo anno le don­ne rappresentavano il 58% del totale dei collaboratori Ikea e il 41% dei manager.
La competitività I gruppi che presentano maggiore at­tenzione alla crescita professionale delle donne trattano il tema della diversità co­me un fattore di competizione. «Pensia­mo che sia un vantaggio competitivo, so­prattutto per una società di servizi come la nostra — dice Antonella Massari, re­sponsabilità identità di gruppo in Unicre­dit e tra i top manager dell’istituto guida­to da Alessandro Profumo —. Avere per­sone diverse per genere, cultura, età e provenienza geografica aiuta ad avere punti di vista diversi e a rispondere me­glio ai bisogni che dobbiamo soddisfare. Certo, ci vuole un fortissimo impegno dei vertici al grado più alto e bisogna cre­are all’interno delle aziende unità dedica­te e strumenti che facilitino il percorso». «Le aziende hanno finalmente compre­so che la diversità è un valore in termini di business, per questo è oggetto di così grande attenzione — dice Monica Possa, direttore risorse umane e organizzazione di Rcs Mediagroup, la società che edita il Corriere della Sera —. Non è un caso che se ne discuta soprattutto in un momento di crisi come l’attuale, in cui il modello tradizionale ha mostrato i suoi limiti».Conta la cultura che in un’azienda si riesce a creare, mentre il fatto di avere una donna al vertice non significa neces­sariamente migliori condizioni per tutte. «Averne, comunque, aiuta — dice Massa­ri — perché riduce l’essere diversi, spin­ge a vedere donne e uomini allo stesso modo e permette di interrompere le abi­tudini che spesso, più che di vere scelte volontarie, sono responsabili dei manca­ti avanzamenti».
Un sistema integrato Beninteso, gli strumenti pratici sono importantissimi. Anche se c’è bisogno di un passo in più rispetto al classico asilo interno (peraltro non frequentissimo) o al part time. Quello che occorre, almeno a vedere i risultati delle imprese del cam­pione, è un sistema più complesso e inte­grato. Le aziende che dichiarano di avere politiche di tutela della diversità nel 29% dei casi hanno anche un direttore genera­le donna (di cui 5 multinazionali e una italiana), dato che si riduce al 10% in loro assenza. Uno strumento molto usato nel­le aziende internazionali e che sta inizian­do a diffondersi anche in Italia è il network di discussione: il 40% delle aziende che ha politiche per la diversità di genere ha anche un network di discus­sione e nel 90% dei casi sono multinazio­nali.
Le cifre Le imprese che hanno politiche di tutela della diversità hanno, nel 29% dei casi, un direttore generale donna. Dato che scende al 10% se gli interventi non ci sono

Maria Silvia Sacchi
Corriere della Sera 15/7/2009

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